L’ULTIMA SPIAGGIA

(The Last Resort)
di Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan
Italia-Grecia-Francia, 2016, 135′, col./b-n, DCP

Anteprima internazionale/International Premiere: 69. Festival di Cannes Selezione ufficiale – Special Screenings


Sinossi breve
Un anno trascorso in una spiaggia popolare a Trieste, dove un muro alto tre metri separa ancora oggi gli uomini dalle donne.
Una riflessione sui confini, le identità e le discriminazioni.
Una tragicommedia sulla natura umana.

Sinossi lunga
Il nome ufficiale è Bagno comunale “La lanterna”, ma per tutti, a Trieste, è semplicemente “el Pedocìn”: una spiaggia popolare, in pieno centro, divisa in due da un muro alto tre metri. Da un lato gli uomini, dall’altro le donne.
Un mondo a parte, un’isola sospesa nel tempo, affacciata su un mare che divide e unisce, allargando i confini che così si confondono e si mescolano, nello stesso modo in cui si sono mescolati qui italiani e serbi, greci e sloveni, ebrei e tedeschi, austriaci e americani…

L’ultima spiaggia è il film documentario che Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan hanno dedicato a questo luogo unico e alle donne e agli uomini che lo popolano, protagonisti di una tragicommedia sulla natura umana: spesso persone sole e dal passato (e talvolta dal presente) difficile, dotate di grande umanità. Per un anno i due autori hanno frequentato lo stabilimento: d’inverno, con i pochi bagnanti, soprattutto uomini, che qui riempiono le proprie giornate; in primavera, con il sole che si scalda e la spiaggia che inizia a rianimarsi; d’estate, con la folla e i bagnini che cominciano il loro lavoro sotto il controllo vigile delle donne; fino all’autunno, quando si recuperano le boe e si tira un bilancio degli ultimi mesi, ci si dà appuntamento all’anno prossimo e si ricorda chi non ce l’ha fatta. Il 30 settembre, per la festa annuale di fine stagione, si apre il cancello del muro. Uomini e donne si preparano: cibo, vino, canzoni, allegria. A mezzogiorno in punto il muro si apre, tra l’indifferenza generale, e sorprendentemente nessuno passa da una parte all’altra…

In una città dove i confini sono profondamente cambiati, dove le barriere (reali o simboliche) si sono sgretolate, dove la rivoluzione basagliana ha abbattuto il muro del manicomio, quello del Pedocìn è un muro che resiste perché, paradossalmente, non divide ma preserva la libertà di uomini e donne. E ci aiuta a riflettere sul concetto di identità e a comprendere meglio quei “muri mentali” che, più o meno consapevolmente, Trieste ha ereditato dalla storia del Novecento.


Il Pedocìn

Il “Bagno Lanterna” nasce tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900 lungo il molo di Santa Teresa, divenuto poi molo Fratelli Bandiera, e oggi risulta “incastonato” in un contesto urbano dominato – come molti altri luoghi della città – da ossimori e contrasti. Subito fuori dallo stabilimento, da un lato si possono ammirare le barche a vela ormeggiate nelle marine e in lontananza gli eleganti edifici neoclassici delle Rive, mentre dall’altro “incombe” la dogana del porto di Trieste, dove centinaia di Tir turchi aspettano in fila per espletare le procedure doganali prima dell’imbarco.

Inaugurato probabilmente nel 1903, costruito in legno, da subito viene diviso in due da una palizzata centrale (cementificata tre anni più tardi), eretta per evitare “atti contrari alla decenza”.
Se il nome ufficiale di “Bagno Lanterna” si deve alla lanterna collocata sul molo nel 1832 come faro marittimo, più incerte sono le origini della denominazione “Pedocìn”: per alcuni storici si tratta di un riferimento ai mitili (in dialetto “pedoci”) che alluderebbe alla miriade di bagnanti che lo affollavano, innumerevoli come – appunto – i militi attaccati agli scogli.
Tuttavia il nome potrebbe derivare dal fatto che lì andavano a “spidocchiarsi” i militari austro-ungarici e il popolo (pidocchio in triestino si dice “pedocio”, quindi il nome del bagno significa anche “piccolo pidocchio”). In realtà il primo nome popolare del bagno fu “Ciodìn” (“piccolo chiodo”), e si deve al fatto che i frequentatori dello stabilimento si portavano da casa i chiodi per appendere i propri abiti.
Quel che è certo è che da oltre un secolo il Pedocìn non ha perso il suo carattere popolare, che ne fa una spiaggia ancora oggi affollatissima e molto amata dai triestini, un autentico, intoccabile luogo simbolo. Tanto che quando, alla fine degli anni ’80, il quotidiano “Il Piccolo” lanciò provocatoriamente un referendum sulle sorti del muro, le reazioni appassionate non si fecero attendere: il muro non si tocca!


Gli Autori

Thanos Anastopoulos è nato ad Atene e vive tra l’Italia e la Grecia. Il suo primo lungometraggio, Atlas – All the Weight of the World, è stato presentato nel 2004 al Festival di Rotterdam; con il successivo Correction ha partecipato alla Berlinale nel 2008 e ha rappresentato la Grecia agli Oscar; nel 2013 ha diretto The Daughter, selezionato alla Berlinale e al Festival di Toronto.

Davide Del Degan ha iniziato la sua carriera nel 1997 come operatore, montatore e assistente alla regia e alla produzione, e ha poi esordito alla regia con alcuni premiati cortometraggi: A corto d’amore (2001), Interno 9 (2004), Il prigioniero (2007), Favola zingara (2009) e Habibi (2011).